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Tecniche

La banda stagnata litografata, nota con il nome di latta, nata dall’unione dell’acciaio con lo stagno, è sempre stata molto importante.
Il successo si ebbe grazie al suo costo basso, tempi brevi di fabbricazione e riempimento, la sua robustezza e leggerezza,  la sua impermeabilità e, infine, la sua capacità di conservare i cibi intatti e inalterati.
L'origine seppur incerta, sembra sia da ricercarsi in area tedesca.
Probabilmente a Wunsiedel dove si trovavano cospicui giacimenti di stagno.
Il primato tedesco fu soppiantato nel XVIII secolo da quello inglese, nella zona di Newport, che diventò la prima esportatrice mondiale.
 
La creazione storica della banda stagnata consisteva nella battitura della lamina di ferro e nei successivi bagni di stagno fuso, dopo aver seguito diversi trattamenti, quali lavaggio e fissaggio.
Per quanto riguarda la litografia, questa tecnica nasce dall’invenzione di un boemo, Alois Senefelder, che alla fine del Settecento creò un sistema economico per stampare le sue opere letterarie e musicali. Trasferitosi a Monaco, egli notò che la pietra (composta da carbonio, ossigeno e calcio non riproducibile industrialmente), usata nelle costruzioni in Baviera, era finissima di grana, omogenea e dolce nel suo impasto e la sottopose a esperimenti. Ben presto  si accorse che veniva facilmente intaccata dall’acido nitrico conservando in rilievo qualunque residuo di materia grassa vi fosse tracciata.

Ottenne così pietre con carattere a rilievo da cui con una pressa ricavava degli “stamponi” che adattava ai suoi bisogni.
Successivamente, provò ad intaccare le pietre con punte fini d’acciaio e inchiostrando i tratti ottenuti scoprì che conservavano tutti i pregi e difetti dell’originale.
Da questa serie di passaggi nacque la litografia che merita la definizione di arte industriale.
L’applicazione di questa tecnica alla banda stagnata iniziò già a partire dall'Ottocento, attraverso l’impiego di meccanismi rudimentali che si affinarono nel corso degli anni.
Nella seconda metà del XVIII secolo, lo strumento impiegato era provvisto di due cilindri, uno dei quali, ricoperto da uno spesso foglio di caucciù era impresso dai disegni su pietra, il secondo, che fungeva da compressore, premeva il foglio di latta contro l’altro in modo che il disegno vi restasse impresso. I disegni, diritti sulla pietra, impressi a rovescio sul caucciù dovevano essere nuovamente raddrizzati sulla lattina. I colori erano quelli della litografia, ma bisognava selezionare i più solidi e non decomponibili sotto l’azione del calore del forno di essiccazione (80 e 90 gradi centigradi) che doveva dare stabilità ai colori.
 
A lavoro ultimato si procedeva a una tiratura di fine vernice e al passaggio in forno a 120°.
Questo conferiva alla latta una durezza che aveva tutto il carattere di uno smalto.
 
Credit Blix Snc